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Dojo

 

DOJO

Dōjō (道場, Dōjō) è un termine giapponese che significa “luogo () dove si segue la via ()”. Il termine originario proviene dal sanscrito Bodhi manda, ovvero “luogo di saggezza”. Esso indica il luogo in cui il Buddha ottenne il risveglio e, per estensione, i luoghi deputati alla pratica religiosa nei templi buddhisti. Circa quattro secoli fa, questo termine venne adottato dai samurai che vennero influenzati dalla tradizione Zen e, da allora, questo vocabolo si diffuse nell’ambiente delle Arti Marziali.

Anticamente, il termine dojo intendeva locali di piccole dimensioni, situati nelle vicinanza di un tempio o di un castello ed ai margini delle foreste, perché i segreti delle tecniche venissero più facilmente preservati. Con la diffusione delle Arti Marziali fra la popolazione civile sorsero dojo sempre più numerosi che venivano in molti casi considerati da Maestri ed allievi una seconda casa. Abbelliti con calligrafie ed oggetti artistici preparati dagli stessi allievi, essi esprimevano appieno l'atmosfera di dignità che vi regnava. La sua parte più importante, lo shomen o “luogo d’onore”, è il posto dove si trova il kamiza,  “l’altare divino”, luogo che si riferisce al ricordo di un grande maestro defunto.

Da queste affermazioni si evince che il dojo, se da un lato è lo spazio in cui si svolge l'allenamento, dall’altro è il luogo dove si compie un percorso di ricerca personale in cui convivono, insieme alla necessità dell’apprendimento, il sentimento d’amicizia, il desiderio di sincerità, l’opportunità del rispetto, l’importanza della concentrazione ed il dono della meditazione.

Le persone che si allenano nel dojo sono: lo Shihan, il “Maestro”, dal quale dipendono le direttive tecniche e le norme etiche, i Sensei o “Insegnanti” e gli allievi, a loro volta suddivisi in Senpai, “Senior o Anziani di grado” e Kohai, “Junior o Apprendisti”. I gradi Dan o Senpai svolgono un ruolo fondamentale nel dojo: il loro comportamento quotidiano rappresenta l'esempio che deve guidare i praticanti più giovani di grado, i Kyu.

Nessun allievo avanzato prende dal dojo più di quanto esso non dia a sua volta: il dojo non è un semplice spazio, ma anche l’immagine di un atteggiamento. Per questo motivo, un dojo in cui si ricerca la Via si differenzia da un semplice spazio sportivo: l'esercizio fisico può anche essere il medesimo, ma la ricerca del giusto atteggiamento è il quid che gli consente di progredire. Quando l'allievo entra nel dojo, deve lasciare alle spalle tutti i problemi della quotidianità, purificare la mente e concentrarsi sull'allenamento per superare i propri limiti e le proprie insicurezze nel tentativo di divenire ogni giorno migliore. Per ottenere questo, quando si incontrano delle difficoltà, è altrettanto importante non scoraggiarsi, cercando con maggiore volontà di entrare in armonia con le leggi dell’universo.

Il dojo è come una piccola società, con regole ben precise che devono essere rispettate. Quando gli allievi indossano il keiko-ji, “l’abito per la pratica”, divengono tutti uguali: la loro condizione sociale o professionale, come i pregiudizi di razza, di religione o di sesso devono essere lasciati negli spogliatoi. Per il Maestro tutti gli allievi sono sullo stesso piano, perciò ponete fiducia nei suoi confronti. Insieme alle tecniche, gli allievi devono apprendere una serie di norme che vanno dalla cura della persona, dell’abito (che mostra solo l'emblema della scuola), all’atto di non urlare, non sporcare, non fumare, non portare orecchini o altri abbellimenti (per evitare di ferirsi o di ferire), al non disturbare, al non distrarsi o distrarre gli altri, al parlare lo stretto necessario e al comportarsi sempre e comunque educatamente verso tutti.

Il coraggio, la gentilezza, l’aiuto reciproco, il rispetto verso se stessi e gli altri sono dettami che, ogni giorno di più, devono entrare a far parte del bagaglio culturale dell'allievo. Nel dojo non si usa la violenza: infatti, le Arti Marziali enfatizzano la forza mentale, poiché la forza fisica è condannata col tempo ad affievolirsi.

Si entra e si esce dal dojo con un rei, un inchino: un segno di rispetto e di ringraziamento verso tutto ciò che ci è stato offerto ed è in grado di migliorarci. Nei dojo tradizionali, il soji o “pulizia” è quell’azione in cui gli allievi, al termine della pratica, ripongono gli attrezzi al proprio posto e ripuliscono l’ambiente mediante scope e strofinacci. Il soji deve essere vissuto non solo come un atto di rispetto concreto verso chi deve iniziare gli allenamenti successivi, ma anche come un rito di purificazione spirituale, perché l’umiltà rispecchi ogni nostra azione, sia in questo luogo ideale chiamato dojo che nel mondo reale.

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